Amici lettori, la notizia è di quelle che fanno tremare i polsi del mondo digitale: la Russia ha messo al bando WhatsApp e Telegram. Se vi è capitato di leggere titoli contrastanti o notizie frammentarie, siete nel posto giusto per fare chiarezza. Quello che sembrava un lungo braccio di ferro tra il Cremlino e le big tech occidentali è arrivato a una svolta drastica, lasciando di sasso oltre 100 milioni di utenti russi.
Ma andiamo con ordine. Cosa è successo esattamente? Mercoledì 11 febbraio 2026, l'autorità russa per le telecomunicazioni, nota come Roskomnadzor, ha di fatto "cancellato" WhatsApp dalla rete internet nazionale, rimuovendo l'app dal registro ufficiale dei servizi accessibili. In parole povere, ha reso impossibile per i cittadini russi connettersi al servizio tramite i canali tradizionali. Poco dopo, anche Telegram, l'altra popolarissima app creata dal russo Pavel Durov, ha subito la stessa sorte, dopo settimane di forti limitazioni e rallentamenti.
La Versione Ufficiale del Cremlino: "Meta non Rispetta le Nostre Leggi"
La spiegazione ufficiale, fornita dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, è tanto semplice quanto dura: la decisione è stata presa a causa della "riluttanza della società Meta a seguire la norma e la lettera della legge russa". Peskov ha poi aggiunto che la porta non è del tutto chiusa: se Meta dimostrerà "disponibilità al dialogo" e si conformerà alle leggi russe, si potrà parlare di uno sblocco.
Ma quali sono queste famose "leggi russe" a cui si fa riferimento? I punti chiave della discordia sono principalmente due:
- Localizzazione dei dati: Da anni la Russia chiede che i dati dei propri cittadini siano archiviati su server fisicamente presenti sul territorio russo, una richiesta che Meta e altre aziende tech hanno sempre faticato ad accettare.
- Accesso alle conversazioni: La richiesta più spinosa riguarda la consegna delle chiavi di crittografia. Le leggi antiterrorismo russe, approvate nel 2016, impongono ai servizi di messaggistica di fornire alle autorità , come i servizi di sicurezza federali (FSB), gli strumenti per decifrare i messaggi degli utenti.
Per app come WhatsApp e Telegram, che fondano la loro reputazione sulla crittografia end-to-end (un sistema che rende i messaggi leggibili solo da mittente e destinatario), cedere su questo punto significherebbe tradire la propria missione fondamentale e la fiducia degli utenti.
La Contro-Narrazione di WhatsApp: "Vogliono Spingerci Verso un'App di Sorveglianza"
Meta, la società madre di WhatsApp, ha una visione completamente diversa della faccenda. Con un post sul social network X (ex Twitter), l'azienda ha denunciato quello che definisce un "tentativo di bloccare completamente WhatsApp per spingere le persone verso un'app di sorveglianza di proprietà statale".
L'app in questione si chiama MAX ed è promossa attivamente dal governo russo come alternativa nazionale sicura e affidabile. Sviluppata dal colosso tech russo VK (il creatore del popolare social VKontakte), MAX è pensata per essere una "super-app" in stile WeChat, che integra messaggistica, servizi governativi e pagamenti. Il problema? Secondo gli esperti di sicurezza e gli stessi responsabili di WhatsApp e Telegram, MAX non garantirebbe la stessa privacy, mancando di crittografia end-to-end e potendo quindi diventare un potente strumento di sorveglianza di massa nelle mani delle autorità .
Un Percorso a Tappe: Dalle Multe al Blocco Totale
Questa mossa non arriva dal nulla. È il culmine di un'escalation durata anni. Già nel 2022, un tribunale di Mosca aveva etichettato Meta come "organizzazione estremista", portando al blocco di Facebook e Instagram nel paese. All'epoca, WhatsApp fu curiosamente risparmiata, perché considerata più uno strumento di comunicazione personale che un mezzo di diffusione di informazioni. Evidentemente, la linea del Cremlino si è indurita.
Anche Telegram, nonostante le sue origini russe, ha avuto un rapporto travagliato con le autorità . Tra il 2018 e il 2020, il governo aveva già tentato di bloccarla, fallendo a causa della struttura decentralizzata dell'app. Questa volta, però, sembra che le tecniche di blocco, come il deep packet inspection, siano diventate più sofisticate ed efficaci.
Prima del blocco totale, gli utenti avevano già subito pesanti disservizi, come il divieto di effettuare chiamate tramite le app e forti rallentamenti (throttling) che ne rendevano l'uso quasi impossibile.
Conclusione: Una Battaglia per un Internet Sovrano
Dal mio punto di vista, quello a cui stiamo assistendo è un capitolo cruciale nella battaglia globale per il futuro di Internet. Da un lato, abbiamo la visione di una rete globale, aperta e privata, promossa dalle piattaforme occidentali. Dall'altro, c'è il modello di un "internet sovrano", controllato e recintato entro i confini nazionali, che la Russia, sulla scia della Cina con il suo "Great Firewall", sta cercando di costruire con forza.
La mossa del Cremlino non è solo un attacco a Meta, ma una dichiarazione d'intenti: sul suolo russo, le regole le detta Mosca. Il prezzo da pagare, però, è altissimo. Isolare oltre 100 milioni di persone dalle loro principali piattaforme di comunicazione sicura non solo limita la libertà di espressione, ma, come sottolinea WhatsApp, rischia paradossalmente di diminuire la sicurezza dei cittadini, spingendoli verso alternative meno protette o esponendoli a maggiori rischi. Resta da vedere come reagiranno i cittadini russi, molti dei quali stanno già ricorrendo a strumenti come le VPN per aggirare i blocchi, in un gioco del gatto col topo che si preannuncia ancora molto lungo.
