Apri il frigorifero. Ora la dispensa. Quante volte ti è capitato di trovare un vasetto dimenticato, della verdura un po' avvizzita o quel formaggio comprato in un impeto di ottimismo e mai consumato? E quante volte, con un sospiro, hai buttato tutto nel cestino? Non sentirti solo, è un'esperienza comune. Ma fermiamoci un attimo a riflettere. Quello che compiamo non è solo un gesto meccanico, ma l'atto finale di un paradosso enorme e insostenibile. Sprecare cibo, come ci insegna l'agroeconomista Andrea Segrè nel suo illuminante saggio "Contro lo spreco" edito da Treccani, non significa solo buttare via del nutrimento, ma anche non avere cura del nostro pianeta, delle sue risorse e, in fondo, di noi stessi e degli altri.
Il libro di Segrè, frutto di oltre 25 anni di ricerca, ci prende per mano e ci accompagna in un viaggio che parte dalle parole per arrivare al cuore del problema. E le parole sono importanti. C'è una bella differenza, infatti, tra "perdita", "eccedenza", "rifiuto" e "spreco". Quest'ultimo, in particolare, ha a che fare con una scelta, con un comportamento consapevole (o inconsapevole) che nega il valore intrinseco del cibo. "Il cibo è valore in sé, perché è vita; lo spreco è disvalore, perché nega quella vita", scrive Segrè. Una frase potentissima che dovrebbe diventare un mantra nelle nostre cucine.
I numeri di un'emergenza (anche italiana)
Parliamoci chiaro: la situazione è più seria di quanto si pensi. A livello globale, produciamo cibo a sufficienza per sfamare una popolazione ben più numerosa di quella attuale. Eppure, mentre una parte del mondo soffre la fame, un'altra spreca quantità industriali di alimenti. È uno squilibrio che grida vendetta.
E in Italia? Non siamo messi bene. Secondo i dati più recenti, nel 2024 lo spreco alimentare è cresciuto in modo preoccupante. Il Rapporto dell'Osservatorio Waste Watcher International parla di un aumento del 45% rispetto all'anno precedente. In pratica, ogni settimana, ciascuno di noi butta nella spazzatura in media oltre 680 grammi di cibo. Quali sono i cibi che finiscono più spesso nel bidone? Purtroppo, proprio quelli che dovrebbero essere alla base della nostra alimentazione: frutta fresca, verdura, pane e insalate. Un controsenso che ci costa caro, non solo in termini economici (si stima una spesa di circa 290 euro all'anno a famiglia), ma anche di salute e ambientali.
Le cause sono molteplici: spesso dimentichiamo il cibo in frigo (lo ammette il 37% degli italiani), non siamo bravi a pianificare i pasti e, soprattutto, il 75% di noi non sa o non ha voglia di rielaborare gli avanzi in modo creativo.
Dallo spreco alla risorsa: la magia dell'economia circolare
E se quel cibo invenduto o quell'avanzo nel nostro piatto non fossero un rifiuto, ma una risorsa? È questo il cambio di prospettiva che ci viene chiesto. È il cuore del concetto di economia circolare, un modello in cui nulla (o quasi) si butta e tutto si trasforma. L'alimento invenduto può diventare "materia prima seconda", capace di essere valorizzata e riutilizzata per altri scopi.
Pensiamo alle eccedenze alimentari dei supermercati. Grazie a leggi come la Legge Gadda (n.166 del 2016), in Italia è stato reso più semplice donare questi prodotti a chi ne ha bisogno, trasformando un potenziale spreco in un atto di solidarietà sociale. Ma l'economia circolare va oltre: dagli scarti delle mele si possono creare ingredienti per un pane più nutriente o integratori alimentari; dalle vinacce e dalle bucce di agrumi possono nascere tessuti per la moda e materiali di design. La creatività e la tecnologia, in questo campo, possono davvero fare miracoli.
La rivoluzione comincia da noi: piccoli gesti per un grande cambiamento
Va bene, i dati sono allarmanti e i concetti affascinanti, ma in pratica, cosa possiamo fare noi, ogni giorno? La buona notizia è: tantissimo. La lotta allo spreco è una battaglia che si vince prima di tutto tra le mura di casa. Ecco qualche spunto:
- La spesa intelligente: Fare una lista e attenersi a quella, evitare le offerte "prendi 3 paghi 2" se non siamo sicuri di consumare tutto, preferire i prodotti sfusi per acquistare solo la quantità necessaria.
- Occhio all'etichetta: Imparare la differenza tra "da consumarsi entro" (data di scadenza tassativa, soprattutto per prodotti freschi) e "da consumarsi preferibilmente entro" (indica solo che il prodotto potrebbe perdere leggermente sapore o consistenza, ma è ancora sicuro da mangiare).
- Il frigo non è un buco nero: Posizionare i prodotti in scadenza più a vista, imparare le corrette tecniche di conservazione per ogni alimento, e dedicare un ripiano agli "avanzi da consumare subito".
- Creatività in cucina: Il pane raffermo può diventare polpette, gnocchi o una deliziosa pappa al pomodoro. Le parti "brutte" delle verdure (gambi, foglie) sono perfette per zuppe e brodi. Il web è pieno di ricette "svuota-frigo" deliziose!
Ogni gesto, anche il più piccolo, come salvare un avanzo dalla pattumiera, è un atto politico e culturale, come sottolinea Segrè. Significa restituire valore al cibo e rispetto a chi lo ha prodotto.
Conclusione: un Diritto al Cibo per un Futuro Giusto
Affrontare lo spreco alimentare ci costringe a guardare in faccia un modello di sviluppo che non funziona più. Viviamo nell'epoca della spettacolarizzazione del cibo, protagonista sui social ma sempre più povero di "sostanza" e valore nei nostri piatti. Tornare a una cucina che nutre, che rispetta i tempi e le risorse, che crea relazioni, è il primo passo di una transizione non più rimandabile. Come spiega bene Segrè, garantire il "ius cibi", il diritto al cibo, significa garantire tre futuri intrecciati: quello delle persone, che devono potersi nutrire con dignità; quello del pianeta, che non sopporta più i nostri abusi; e quello della nostra civiltà, che nel cibo deve ritrovare misura, legame e gratitudine. Personalmente, credo che questa sia una delle sfide più importanti del nostro tempo. Non si tratta di fare sacrifici, ma di riscoprire un rapporto più sano, gioioso e consapevole con ciò che mangiamo. È un percorso di cura verso il pianeta e verso noi stessi, e ogni pasto può essere l'occasione per fare la nostra piccola, ma fondamentale, parte.
