Bentornati amici lettori del nostro blog! Oggi vi porto direttamente sulla Croisette, perché al Festival di Cannes è stato presentato un film che sta già facendo molto discutere, uno di quelli che ti si pianta nel cuore e nella testa: "Sheep in the Box" del grandissimo maestro giapponese Hirokazu Kore'eda. Se amate il suo cinema, sapete già cosa aspettarvi: storie di famiglie complesse, emozioni sussurrate e domande potentissime sull'esistenza. E anche questa volta, Kore'eda non delude, pur portandoci in un territorio per lui nuovo, quello della fantascienza.
Ma non aspettatevi astronavi o battaglie spaziali. Il futuro che ci racconta "Sheep in the Box" è talmente vicino da sembrare quasi il nostro presente. Un mondo con droni che consegnano pacchi, taxi volanti e un'architettura avveniristica. In questo scenario, una tecnologia chiamata "Rebirth" promette l'impensabile: riportare in vita i defunti, o quasi. Ed è qui che inizia la nostra storia, una storia che, come sempre con Kore'eda, ruota attorno al nucleo più fragile e potente di tutti: la famiglia.
Una famiglia spezzata e una scelta impossibile
I protagonisti sono Otone (interpretata dalla bravissima Ayase Haruka) e Kensuke Komoto (Daigo), una coppia benestante. Lei architetta, lui a capo di un'impresa di costruzioni. La loro vita è stata devastata dalla tragica perdita del figlio di sette anni, Kakeru. Due anni dopo, quando il dolore è ancora una ferita aperta, ricevono una proposta sconvolgente da un'azienda: accogliere in casa, gratuitamente, un androide. Ma non un robot qualsiasi. Un clone perfetto del loro piccolo Kakeru (interpretato dal giovanissimo Rimu Kuwaki), ricreato con tutti i suoi dati, i suoi ricordi, la sua voce, le sue abitudini.
La reazione della coppia è, prevedibilmente, agli antipodi. Otone, la madre, si aggrappa a questa possibilità con una gioia disperata, felice anche solo di vedere quella figura familiare aggirarsi di nuovo per casa. Kensuke, il padre, è molto più scettico e distante. La sua freddezza è racchiusa in una frase terribile che rivolge al piccolo androide: "Non chiamarmi papà". È come se vedesse solo i circuiti e i cavi, un "Roomba" avanzato, come arriva a definirlo, incapace di accettare quella simulazione di vita.
Macchina, Anima o solo un Riflesso dei Nostri Desideri?
Qui sta il cuore pulsante del film, la domanda che Kore'eda ci pone con la sua consueta delicatezza. Il piccolo Kakeru-robot ha una sua coscienza? Prova vere emozioni grazie all'incredibile mole di dati con cui è stato "nutrito", o è solo programmato per simulare alla perfezione il comportamento del bambino perduto? E, soprattutto, che differenza fa?
Il film gioca magnificamente su questa ambiguità. L'androide, con tanto di interruttore luminoso dietro la nuca, non può essere amato come un figlio in carne e ossa. Eppure, quando manifesta quella che sembra una vera e propria empatia digitale, un'autonomia emotiva, diventa quasi troppo umano, e per questo, forse, ancora più inquietante. È una macchina che impara, che si evolve, che forse sta diventando qualcosa di nuovo e imprevisto.
L'ispirazione di Kore'eda: tra business della resurrezione e l'inquietudine
Il regista ha raccontato che l'idea per il film è nata leggendo un articolo sui cosiddetti "resurrection businesses" in Cina, aziende che utilizzano l'intelligenza artificiale per creare avatar e simulazioni vocali dei defunti, offrendo una forma di consolazione tecnologica. "Mi sono subito reso conto che iniziative simili stavano già emergendo anche in Giappone", ha dichiarato Kore'eda. "Osservando queste iniziative che coinvolgevano i defunti, mi sono ritrovato a chiedermi perché mi provocassero un così grande senso di inquietudine". È proprio questa sensazione di disagio, questo confine etico ed emotivo così sfumato, che il regista ha voluto esplorare.
Il Significato Nascosto nel Titolo
E il titolo, "Sheep in the Box"? È un riferimento colto e bellissimo a un famoso passaggio de "Il Piccolo Principe" di Antoine de Saint-Exupéry. Nel libro, il protagonista disegna per il piccolo principe una scatola, dicendogli che la pecora che desiderava è lì dentro. La pecora esiste non perché la si vede, ma perché la si immagina.
Allo stesso modo, il bambino-robot Kakeru è la "pecora nella scatola". Forse non è importante cosa sia veramente, se una macchina complessa o un essere senziente. Ciò che conta è quello che i suoi genitori, e noi con loro, vedono e proiettano in lui. È un potentissimo simbolo del potere dell'immaginazione, dell'amore e del bisogno di credere.
Conclusione: Il Nostro Punto di Vista
Presentato in concorso a Cannes, "Sheep in the Box" (che sarà distribuito in Italia da Lucky Red e Bim) è un film che, al di là delle recensioni contrastanti ricevute dalla critica internazionale, conferma la grandezza di Kore'eda nel saper parlare al cuore dello spettatore. Forse non è la sua opera più perfetta, alcuni potrebbero trovarla un po' fredda o troppo trattenuta, ma la sua forza è innegabile. Ci lascia con più domande che risposte, e questo è il pregio del grande cinema. In un mondo dove l'intelligenza artificiale diventa ogni giorno più presente, il film ci chiede di riflettere su cosa significhi elaborare un lutto, amare e, in fondo, essere umani. La tecnologia può offrirci soluzioni incredibili, ma siamo pronti a gestirne le conseguenze emotive? Kore'eda non ci dà una risposta, ma ci regala un'opera struggente e necessaria per iniziare a pensarci seriamente.
