Ciao a tutti, amici lettori! Oggi parliamo di un tema che ci tocca da vicino, anche se a volte sembra fantascienza: l'intelligenza artificiale. Ma non lo faremo con paroloni tecnici e noiosi, bensì seguendo il pensiero di una delle menti più brillanti del nostro tempo, l'economista e sociologo statunitense Jeremy Rifkin. Con l'uscita del suo nuovo libro, 'Rescuing the Future: Reimagining Artificial Intelligence in a World on the Edge', Rifkin ci mette di fronte a un bivio che potrebbe decidere il futuro stesso della vita sul nostro pianeta. E lo fa con una riflessione che, quasi per una curiosa coincidenza temporale, si intreccia con un evento di portata storica: la pubblicazione della prima enciclica di Papa Leone XIV, intitolata 'Magnifica Humanitas', dedicata proprio a come custodire la nostra umanità nell'era dell'IA.
La grande battaglia delle "ontologie": Chi siamo nel mondo dell'IA?
Per capire il punto di Rifkin, dobbiamo fare un piccolo passo nel mondo della filosofia. Niente paura, è più semplice di quanto sembri! L'economista parla di uno scontro tra due "ontologie", ovvero due modi diversi di vedere la natura dell'essere. Da un lato, c'è l'"ontologia della sostanza", che ci porta a vedere il mondo come un insieme di oggetti separati, autonomi, quasi come dei mattoncini Lego slegati tra loro. Dall'altro, c'è l'"ontologia del processo", che invece immagina la vita e tutto ciò che ci circonda come una rete di relazioni dinamiche, interconnesse, in continua evoluzione, un po' come un grande e meraviglioso ecosistema.
Secondo Rifkin, la domanda fondamentale che dobbiamo porci è: in quale di questi due mondi viviamo? La risposta che daremo, e soprattutto il modo in cui svilupperemo l'intelligenza artificiale, deciderà le sorti del nostro futuro.
I giganti dell'IA contro l'"IA delle persone"
Negli ultimi vent'anni, abbiamo assistito all'ascesa di un pugno di colossi tecnologici che hanno plasmato l'intelligenza artificiale secondo la prima visione, quella della "sostanza". Hanno creato sistemi potenti, centralizzati, in mano a pochi, trasformandosi da piccole aziende di nicchia a giganti globali. Questo approccio, secondo il saggista, ha rafforzato un modo di pensare che vede tutto come risorsa da sfruttare, oggetti da controllare.
Ma sta emergendo un'alternativa, una sorta di "movimento di resistenza" che Rifkin chiama l'"intelligenza artificiale delle persone". Di cosa si tratta? Immaginate una rete fatta di piccole e medie imprese, cooperative, associazioni che utilizzano infrastrutture tecnologiche distribuite. Invece di avere enormi data center centralizzati, il potere di calcolo è diffuso, gestito come un bene comune, attraverso reti open source e aperte, dove tutti possono collaborare. È un'idea di tecnologia più democratica, partecipativa e, in definitiva, più umana.
La Generazione Z: I veri nativi dell'era "del processo"
Chi saranno i protagonisti di questa rivoluzione gentile? Rifkin non ha dubbi: la Generazione Z. I ragazzi e le ragazze che oggi si affacciano al mondo del lavoro sono, secondo lui, una vera e propria "controforza" che incarna perfettamente l'ontologia del processo.
Questa generazione, cresciuta a pane e internet, vede l'esistenza in modo interattivo, collaborativo e comunitario. Sono abituati a pensare in termini di reti, connessioni e condivisione. Stanno già scuotendo le fondamenta del commercio, della politica e della società , portando una ventata di freschezza e un nuovo modo di concepire le relazioni. Per loro, l'intelligenza non è qualcosa di isolato, ma un fenomeno collettivo, che appartiene a tutta la vita sul pianeta. Sono loro, con la loro mentalità , che possono spingere e sostenere lo sviluppo di un'IA "delle persone".
Un futuro di resilienza, non solo di progresso
La visione di Rifkin è carica di speranza. Egli prevede che, entro la metà di questo secolo, l'intelligenza artificiale distribuita e collaborativa supererà il modello centralizzato dei giganti tecnologici. Questo cambiamento non sarà solo tecnologico, ma profondamente culturale. Ci porterà , si spera, da un'era ossessionata dall'idea di un progresso infinito e spesso distruttivo, a un'era di resilienza, in cui impariamo a vivere in armonia con il nostro pianeta e con gli altri. Un ripensamento necessario, forse l'ultimo possibile, per salvare il nostro futuro nel Ventunesimo secolo.
Conclusione: Una scelta che riguarda tutti noi
Il pensiero di Jeremy Rifkin è un potente invito a non essere spettatori passivi della rivoluzione tecnologica. La direzione che prenderà l'intelligenza artificiale non è scritta nelle stelle, né nelle mani di pochi amministratori delegati nella Silicon Valley. Dipende dalle nostre scelte, dalla nostra consapevolezza e dalla nostra capacità di immaginare un futuro diverso. La sfida tra "ontologia della sostanza" e "ontologia del processo" non è una discussione astratta per filosofi, ma la questione più concreta e urgente del nostro tempo. Scegliere un'IA che connette invece di isolare, che distribuisce invece di concentrare, che collabora invece di dominare, potrebbe essere la chiave non solo per "salvare il futuro", ma per costruirne uno in cui valga davvero la pena vivere.
