Ci sono artisti che passano e altri che restano, incisi a fuoco nell'anima di chi li ha ascoltati. E poi c'è Jeff Buckley. Un caso a parte, una cometa passata troppo in fretta nel cielo della musica, ma la cui scia luminosa continua a incantare a quasi trent'anni dalla sua tragica scomparsa. Nato il 17 novembre 1966 e annegato il 29 maggio 1997, Buckley è un nome che evoca immediatamente un talento smisurato, una fragilità disarmante e una voce capace di toccare corde dell'anima che non sapevamo di avere. Oggi, la sua leggenda è più viva che mai, alimentata da due eventi imperdibili per fan di vecchia data e nuovi adepti: il docufilm "It's Never Over, Jeff Buckley" e la riedizione deluxe di "Live at Sin-é", l'EP che ha dato inizio a tutto.
"It's Never Over": L'uomo dietro il mito
Come si racconta un mistero? Come si restituisce la persona dietro la fama immortale? Ci prova, riuscendoci, la regista Amy Berg (già autrice di un acclamato lavoro su Janis Joplin) con il suo documentario "It's Never Over, Jeff Buckley". Presentato con successo al Sundance e alla Festa del Cinema di Roma, e co-prodotto da un nome d'eccezione come Brad Pitt, il film è un viaggio intimo e toccante nella vita di Jeff. L'obiettivo della Berg è chiaro: andare oltre la narrazione mitologica del musicista maledetto per mostrare il ragazzo complesso, divertente, insicuro e geniale che era.
Per la prima volta, a parlare sono le persone che lo hanno conosciuto e amato davvero. La madre, Mary Guibert, custode della sua eredità artistica, con cui aveva un legame viscerale; le compagne di vita e muse come Rebecca Moore e Joan Wasser (Joan As Police Woman), il cui dolore è ancora palpabile a decenni di distanza. E poi gli amici e i musicisti, come Ben Harper e Michael Tighe, che ne ricordano il talento esplosivo e la personalità magnetica. Attraverso immagini inedite, registrazioni audio private e filmati dei suoi concerti, il documentario ci porta nella New York degli anni '80 e '90, il contesto culturale in cui il talento di Buckley è sbocciato.
Un tema centrale, inevitabile, è il rapporto con l'ingombrante figura paterna: Tim Buckley, anche lui leggenda della musica, morto a soli 28 anni per overdose. Un padre che Jeff ha conosciuto a malapena ma il cui fantasma lo ha perseguitato per tutta la vita, in un misto di amore, rifiuto e costante paragone da parte di media e pubblico. "La musica era mia madre, era mio padre", dice Jeff in un filmato, svelando come l'arte fosse il suo unico, vero rifugio. Il documentario esplora con delicatezza questa ferita, così come la pressione della fama e la paura di perdere la propria libertà artistica, temi di un'attualità sconcertante.
"Grace": Un capolavoro unico e irripetibile
Quando si parla di Jeff Buckley, è impossibile non parlare di "Grace". Uscito nel 1994, è stato il suo primo e unico album in studio, un'opera destinata a entrare nella storia. Un disco che ancora oggi suona fresco, innovativo e sconvolgente. "Grace" è un viaggio musicale che fonde rock, soul, folk e blues con una sensibilità unica. La sua voce, un dono quasi ultraterreno capace di estendersi su quattro ottave, passa con una naturalezza incredibile da un baritono caldo a un falsetto angelico, maschile e femminile, potente e intimista insieme.
E poi ci sono le cover, che nelle sue mani diventavano qualcosa di completamente nuovo. L'esempio più celebre è la sua versione di "Hallelujah" di Leonard Cohen. Buckley non si è limitato a cantarla: l'ha destrutturata, se n'è appropriato e l'ha restituita al mondo in una versione così intensa e definitiva da essere diventata, per molti, *la* versione per antonomasia. Ascoltarla è un'esperienza quasi mistica, un brivido che corre lungo la schiena ogni singola volta.
La culla del talento: "Live at Sin-é" torna in versione deluxe
Prima di "Grace", prima della fama mondiale, c'era un piccolo caffè irlandese nell'East Village di New York: il Sin-é (in gaelico "è tutto"). È qui, in questo locale intimo e informale aperto nel 1989, che un giovanissimo Jeff Buckley, armato solo della sua Fender Telecaster e della sua voce, ha iniziato a costruire la sua leggenda. Le sue esibizioni del lunedì sera divennero un appuntamento fisso, un segreto sussurrato che attirava un pubblico sempre più vasto, composto da artisti, poeti e semplici curiosi.
Da quelle serate magiche nacque nel 1993 l'EP "Live at Sin-é", quattro tracce che rappresentavano il suo biglietto da visita per il mondo. Oggi, quell'esperienza viene riproposta in una magnifica edizione deluxe, disponibile sia in doppio CD che in un cofanetto da 4 LP. Non più solo quattro brani, ma ben 34 tracce che ci restituiscono l'atmosfera completa di quei concerti. Oltre alle prime versioni di classici come "Mojo Pin", "Grace" e "Last Goodbye", troviamo cover mozzafiato di artisti che amava e che lo hanno ispirato: da Nina Simone a Van Morrison, da Bob Dylan ai Led Zeppelin. Ascoltare questo album è come chiudere gli occhi e ritrovarsi lì, in quel piccolo bar, a pochi metri da un talento purissimo che sta per sbocciare.
Una fine tragica, un'eredità eterna
La carriera di Jeff Buckley fu tanto folgorante quanto breve. Il 29 maggio 1997, a Memphis, dove si era trasferito per lavorare al suo secondo album, decise di fare una nuotata serale nel Wolf River, un affluente del Mississippi. Completamente vestito, si immerse cantando "Whole Lotta Love" dei Led Zeppelin, quando l'onda di un battello di passaggio lo travolse, portandolo via per sempre. Il suo corpo fu ritrovato solo sei giorni dopo. L'autopsia confermò l'annegamento accidentale, senza tracce di droghe nel suo sistema, mettendo a tacere le speculazioni e rendendo la sua morte ancora più tragica e assurda. Aveva solo 30 anni.
Conclusione: Perché amiamo ancora Jeff Buckley
A distanza di così tanto tempo, cosa rende Jeff Buckley ancora così rilevante e amato? Forse la risposta sta nella sua autenticità. In un mondo musicale spesso dominato dall'immagine e dal marketing, Jeff era pura emozione, un canale aperto tra la sua anima e la sua musica. La sua fragilità non era una debolezza da nascondere, ma la fonte stessa della sua incredibile forza espressiva. La sua lotta con le aspettative, con l'ombra del padre e con le pressioni dell'industria discografica risuona oggi più attuale che mai, in un'epoca in cui finalmente si parla apertamente di salute mentale e benessere degli artisti. La sua voce, quell'incredibile strumento di grazia e potenza, rimane un faro, un punto di riferimento ineguagliato. E grazie a opere come il documentario di Amy Berg e la riscoperta delle sue prime esibizioni al Sin-é, possiamo continuare a entrare in punta di piedi nella sua vita, sentendoci un po' meno soli e un po' più compresi. Perché la sua musica, in fondo, ci dice proprio questo: va bene essere fragili, va bene essere complicati, va bene essere semplicemente umani. E questo, davvero, non finirà mai.
