Ciao a tutti amici lettori! Oggi parliamo di un tema che ci tocca da vicino, anche se a volte ce ne dimentichiamo, immersi come siamo nelle nostre vite digitali: la connessione a Internet. Diamo per scontato di poter aprire una pagina web, mandare un messaggio o guardare un video in streaming in qualsiasi momento. Eppure, la realtà è ben diversa per una fetta enorme della popolazione mondiale.
Il quadro globale: non è solo una questione di "avere o non avere" la rete
Partiamo da un dato che fa riflettere: secondo il rapporto "Facts and Figures 2025" dell'Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU), l'agenzia delle Nazioni Unite per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, oggi circa 6 miliardi di persone sono online. Un numero enorme, certo, ma che lascia fuori ben 2,2 miliardi di esseri umani. Praticamente quasi una persona su tre sul nostro pianeta non ha accesso a quella che per molti di noi è una risorsa quotidiana indispensabile.
La cosa forse più sorprendente è che questo "digital divide", questo divario digitale, non è più solo una linea netta tra Paesi ricchi e Paesi poveri, o tra città e campagne. La questione è diventata molto più complessa e sfumata. Come sottolinea la Segretaria Generale dell'ITU, Doreen Bogdan-Martin, oggi i divari digitali sono definiti da "velocità, affidabilità, accessibilità economica e competenze". Non basta più essere semplicemente "connessi".
Il paradosso delle metropoli: disconnessi nel cuore della civiltà
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la mancanza di connessione non è un problema relegato esclusivamente alle aree rurali o ai Paesi in via di sviluppo. Uno studio della Wireless Broadband Alliance (WBA) ha messo in luce come anche nelle otto nazioni più ricche del mondo, quelle con il PIL più alto, ci siano sacche significative di popolazione offline. Parliamo di Paesi come Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Giappone.
Il dato ancora più scioccante è che una persona su tre tra questi "sconnessi" vive in grandi centri urbani. Città come Delhi e San Paolo guidano questa triste classifica con milioni di cittadini senza accesso a Internet, ma il fenomeno tocca anche metropoli come New York e Mosca. Questo ci dimostra che l'infrastruttura da sola non basta. Spesso, il problema è legato ai costi proibitivi dei servizi, alla mancanza di dispositivi adeguati o a una scarsa alfabetizzazione digitale. Anche in Italia, report recenti come "Il Digitale in Italia 2025" evidenziano un Paese a due velocità, con un forte divario tra grandi imprese e PMI, e tra diverse aree geografiche.
L'iPhone: più di un telefono, un simbolo di status
E in questo mondo così diviso, cosa succede nel mercato della tecnologia di consumo? Qui assistiamo a un altro fenomeno interessante, che si lega perfettamente al discorso sulle disuguaglianze. Sono passati quasi diciannove anni da quando, nel gennaio 2007, Steve Jobs presentò al mondo il primo iPhone con la celebre frase "This will change everything" (Questo cambierà tutto). E aveva ragione.
Oggi, l'iPhone non è solo uno degli smartphone più venduti, ma è diventato un vero e proprio status symbol. Nel mercato degli smartphone premium (quelli, per intenderci, con un prezzo superiore ai 400 dollari), Apple continua a dominare incontrastata, detenendo una quota di mercato del 62% nel 2025. Nonostante una leggera flessione e la crescita di competitor agguerriti come Samsung, e i marchi cinesi Xiaomi e Huawei (che sta vivendo una notevole ripresa nel suo mercato interno dopo le sanzioni USA), l'iPhone rimane il re della fascia alta.
Perché? La spiegazione va oltre le specifiche tecniche. L'iPhone è diventato quello che gli economisti chiamano un "bene di Veblen". Si tratta di quei beni la cui domanda aumenta all'aumentare del prezzo, proprio perché il costo elevato ne fa un simbolo di ricchezza e prestigio. Possedere l'ultimo modello di iPhone non significa solo avere un ottimo telefono, ma comunicare al mondo un certo status sociale. È un oggetto che non subisce le mode, ma le crea.
Conclusione: un ponte digitale da costruire
Mettendo insieme i pezzi, emerge un quadro complesso e pieno di contraddizioni. Da un lato, abbiamo una tecnologia sempre più potente e pervasiva, simboleggiata da oggetti del desiderio come l'iPhone, che definiscono l'appartenenza a un'élite economica e culturale. Dall'altro, miliardi di persone che non solo non possono permettersi questi lussi, ma sono addirittura escluse dalla possibilità di accedere a servizi essenziali come l'istruzione online, l'home banking o le più semplici opportunità lavorative che la rete offre.
Il digital divide, quindi, non è più solo una questione di cavi e antenne. È una profonda frattura sociale ed economica. Colmarla non significa solo "portare Internet a tutti", ma garantire un accesso che sia significativo: veloce, affidabile, economico e supportato dalle competenze necessarie per sfruttarlo al meglio. È una delle sfide più grandi del nostro tempo, perché in un mondo che corre sempre più veloce sul digitale, rimanere indietro significa diventare invisibili.
