Informazione in Italia: tra Reel virali, diffidenza verso l'IA e la crisi dei media tradizionali. Il Rapporto Censis 2025 svela tutto!

Come si informano gli italiani oggi? Il 21° Rapporto Censis sulla comunicazione, relativo al 2025, ci regala una fotografia affascinante e complessa. Tra la viralità dei Reel, l'avanzata inarrestabile dei social e una crescente diffidenza verso i media tradizionali e l'Intelligenza Artificiale, scopriamo insieme come stanno cambiando le nostre abitudini e cosa significa per il futuro dell'informazione.
La notizia

Ciao a tutti, amici lettori! Siete pronti a fare un tuffo nel complicato ma affascinante mondo di come ci informiamo oggi? Tenetevi forte, perché il 21° Rapporto sulla comunicazione del Censis per il 2025, realizzato in collaborazione con colossi come Intesa Sanpaolo, Mediaset, Rai e Tv2000, ha sfornato dati che fanno davvero riflettere. Immaginate un grande frullatore mediatico dove telegiornali, social network, meme, Reel e persino l'Intelligenza Artificiale si mescolano in un cocktail a volte esaltante, a volte un po' indigesto. Ecco, questa è la realtà dell'informazione in Italia oggi.

Reel e Meme: i nuovi (e discussi) volti dell'informazione

Partiamo da una delle novità più dirompenti: i Reel. Quei brevi video verticali che spopolano su Instagram e TikTok non sono più solo balletti e gattini. Sette italiani su dieci, tra quelli che bazzicano sui social, li considerano a tutti gli effetti parte del loro "menù" informativo. Certo, la platea è divisa. C'è un 23,6% che li bolla come irrimediabilmente superficiali e un 21,3% che li vede come distrazioni che solo per caso portano a una vera conoscenza.

Ma attenzione, c'è anche l'altra faccia della medaglia! Per quasi un italiano su cinque (il 18,6%) i Reel sono semplicemente più immediati. Altri li trovano più coinvolgenti (13,1%), più accessibili (9,8%) o addirittura complementari alle fonti di informazione più classiche (8,2%). Insomma, che ci piaccia o no, l'informazione in pillole video è una realtà consolidata.

E che dire dei meme? Quelle immagini con scritte ironiche che ci strappano un sorriso mentre scrolliamo. Beh, non sono solo per ridere. Per il 22,6% degli italiani (che sale al 31,1% tra i giovani under 30), un meme è stato la scintilla per scoprire una notizia di attualità, politica o cultura. Certo, c'è ancora un 36,3% della popolazione social che non ha idea di cosa sia un meme (e la percentuale schizza al 58,8% tra gli over 64), ma il dato ci dice che anche l'ironia può essere un veicolo di informazione.

La crisi dei "grandi vecchi": TG e Facebook in calo

Mentre i nuovi formati avanzano, i canali tradizionali mostrano qualche crepa. I cari vecchi Telegiornali, pur rimanendo un punto di riferimento per il 43,9% degli italiani, hanno perso quasi 4 punti percentuali. Anche il gigante Facebook, un tempo re incontrastato dei social, scende al 33,1% con un calo di 3,3 punti. In flessione anche i siti di informazione (-2,5%) e le televisioni all-news (-2,3%). I motori di ricerca come Google, invece, restano stabili al 23,2%.

Chi tiene botta nel mondo social? Instagram (15,5%) e TikTok (12,5%), che registrano cali molto più contenuti, rispettivamente dell'1,2% e dell'1,9%. Una piccola sorpresa positiva arriva dalla radio: i Giornali Radio (GR) segnano un incoraggiante +1,7%. Forse nell'era del video, la semplice forza della voce ha ancora il suo perché.

Un pubblico sempre più critico e diffidente

Una delle cose più interessanti che emerge dal rapporto Censis è che non siamo più spettatori passivi. Anzi, siamo diventati un pubblico di "detective" dell'informazione. Guardate questi numeri:

  • Il 66,4% di noi verifica (sempre, spesso o a volte) se le notizie dei media principali sono vere.
  • Il 59,5% cerca attivamente di non informarsi solo attraverso i canali più famosi.
  • Il 58,0% analizza il modo in cui le notizie vengono presentate per scovare possibili interpretazioni "di parte" o ideologiche.

C'è una forte spinta verso l'indipendenza e la ricerca di punti di vista alternativi. Il 60,6% si informa su temi che i grandi media trattano poco o per niente, e ben il 64,6% si prende la briga di verificare le notizie provenienti da media indipendenti. Usiamo i social per trovare interpretazioni diverse (52,2%) e seguiamo autori specifici perché sentiamo che condividono la nostra visione del mondo (49,1%). L'unico neo? La disponibilità a pagare per avere un'informazione indipendente è ancora bassina: solo il 25,5% è disposto a mettere mano al portafoglio.

Intelligenza Artificiale: tra curiosità e paura

E l'argomento del momento, l'Intelligenza Artificiale? Qui gli italiani sono spaccati. La maggioranza, un solido 61,6%, storce il naso all'idea di un'informazione creata interamente da un'IA. I timori principali? Il rischio di fake news e disinformazione (34,8%) e una preferenza netta per il "tocco umano", considerato più prezioso (26,8%).

Tuttavia, c'è una fetta non indifferente di persone (il 38,4%) che è aperta a questa innovazione. La maggior parte di questi (il 30,1%) accetterebbe notizie generate dall'IA a una condizione: che ci sia sempre la supervisione di un essere umano. C'è poi un piccolo gruppo di super-innovatori (l'8,3%) che si fiderebbe anche se fosse tutto completamente automatizzato.

Conclusione: un nuovo patto per l'informazione

Cosa ci portiamo a casa da questa valanga di dati? A mio avviso, il messaggio è chiaro: il modo in cui accediamo alle notizie e ci fidiamo delle fonti è cambiato per sempre. Non si tratta solo di una crisi dei media tradizionali, ma della nascita di un cittadino-lettore molto più esigente, critico e, a tratti, smarrito. La frammentazione delle fonti, la velocità dei social e l'arrivo dell'IA ci mettono di fronte a una sfida enorme: come distinguere il vero dal verosimile? Come costruire un'opinione solida in un mare di stimoli contraddittori?

Forse la risposta non sta nel demonizzare i Reel o nel rimpiangere i "bei tempi andati", ma nel promuovere una nuova "educazione civica digitale". Imparare a verificare le fonti, a riconoscere le manipolazioni, a confrontare punti di vista diversi e, perché no, a pagare per un giornalismo di qualità, potrebbe essere l'unica bussola per non perdersi in questo nuovo, complicato e stimolante ecosistema dell'informazione.