C'era una volta l'entusiasmo per il futuro, per le nuove tecnologie viste come porte spalancate su un mondo di opportunità . Oggi, per molti ragazzi e ragazze della Generazione Z, quel sentimento sembra un ricordo sbiadito, sostituito da un'emozione molto più cupa e invadente: l'ansia da intelligenza artificiale. Non si tratta di una paura irrazionale o di luddismo 2.0, ma di un'apprensione concreta e palpabile per l'impatto che l'inarrestabile ascesa dell'IA avrà sulle loro vite, soprattutto sul loro futuro lavorativo. E questa preoccupazione non è più un sussurro, ma un grido che si sta alzando forte e chiaro, dalle aule universitarie fino ai dati dei sondaggi.
I numeri di una sfiducia crescente
A mettere nero su bianco questo cambiamento di clima è un recente e dettagliato sondaggio condotto negli Stati Uniti da tre colossi delle rilevazioni: la Walton Family Foundation, Gsv Ventures e Gallup. L'indagine, che ha coinvolto un campione di 1.572 giovani tra i 14 e i 29 anni, ha fotografato una realtà in rapida evoluzione. Se da un lato l'uso degli strumenti di IA generativa è ormai una costante per circa la metà della Gen Z (il 51% li usa almeno settimanalmente), dall'altro i sentimenti associati a questa tecnologia sono virati bruscamente verso il negativo nell'ultimo anno.
I dati parlano da soli e sono piuttosto impressionanti:
- L'entusiasmo nei confronti dell'IA è crollato di ben 14 punti percentuali, attestandosi solo al 22%.
- La speranza in un futuro migliore grazie all'IA è scesa di 9 punti, raggiungendo un modesto 18%.
- Al contrario, la rabbia è aumentata di 9 punti, salendo al 31%.
- L'ansia, invece, rimane stabile su un livello già molto alto: il 42% dei giovani si sente ansioso riguardo all'intelligenza artificiale.
Questi numeri rivelano una crepa profonda nella narrazione ottimistica che spesso accompagna lo sviluppo dell'IA. I giovani, coloro che dovrebbero essere i principali beneficiari di questa rivoluzione, sono in realtà i più preoccupati. L'analisi mostra che buona parte di coloro che già lavorano è convinta che i rischi dell'IA superino i benefici, e la fiducia in un lavoro svolto con l'ausilio dell'IA è nettamente inferiore rispetto a quello prodotto interamente dall'uomo. Allo stesso tempo, chi ancora studia chiede a gran voce di essere formato: circa la metà degli studenti vuole capire come utilizzare concretamente l'IA nel proprio percorso di studi e nella futura carriera.
I fischi nelle università : la protesta sale in cattedra
Se i sondaggi offrono un quadro statistico, sono i fatti di cronaca a darne una rappresentazione plastica e potente. Le cerimonie di laurea delle università americane, tradizionalmente momenti di festa e di discorsi ispiratori, si sono trasformate recentemente in arene di contestazione. Il bersaglio? Proprio l'intelligenza artificiale e i suoi più illustri sostenitori.
Un caso emblematico è quello che ha visto protagonista Eric Schmidt, ex CEO e presidente esecutivo di Google, una delle figure che più ha contribuito a plasmare il mondo tecnologico come lo conosciamo. Invitato a tenere il discorso di fine anno all'Università dell'Arizona, Schmidt si è trovato di fronte a una platea tutt'altro che accondiscendente. Non appena ha iniziato a parlare dell'influenza pervasiva dell'IA "su ogni professione, ogni aula, ogni ospedale", dalla folla di neolaureati si sono levati fischi e "buu" inequivocabili.
L'ex manager di Google, visibilmente sorpreso, ha cercato di correre ai ripari, mostrando comprensione: "Capisco quella paura, è razionale ed è amplificata ogni giorno da algoritmi che hanno imparato con grande precisione che la paura attira i clic e che l'ansia guida il coinvolgimento". Ha riconosciuto il timore dei giovani di "ereditare un disastro che non avete creato", tra macchine che avanzano e posti di lavoro che evaporano. Ma le sue parole non sono bastate a placare il malcontento.
Una scena molto simile si è ripetuta all'università della Florida Centrale. Qui, a parlare era Gloria Caulfield, una dirigente del settore immobiliare. Quando ha definito l'ascesa dell'IA come "la prossima rivoluzione industriale", è stata sommersa dai fischi. "Che succede? Ok, ho toccato un nervo scoperto", ha commentato, interdetta. Poco dopo, nel tentativo di riprendere il filo, ha affermato che "fino a qualche anno fa l'intelligenza artificiale non era un fattore nelle nostre vite". A quel punto, in un significativo ribaltamento, i fischi si sono trasformati in applausi, quasi a voler celebrare con nostalgia un mondo pre-IA, percepito come più sicuro e umano.
Un conflitto generazionale alle porte?
Questi episodi non sono semplici contestazioni isolate, ma il sintomo di una frattura che si sta allargando. Da una parte c'è il mondo delle Big Tech, degli investitori e dei manager che spingono sull'acceleratore dell'innovazione, promettendo un futuro di efficienza e progresso. Dall'altra c'è una generazione che si affaccia al mondo del lavoro con la sensazione che le regole del gioco stiano cambiando troppo in fretta e senza il loro consenso. Si sentono dire che l'IA creerà nuovi lavori, ma nel frattempo vedono le aziende tagliare personale proprio in nome dell'efficienza garantita dall'automazione.
È l'alba di un conflitto generazionale tra chi trae profitto da questi strumenti e chi, invece, deve progettarci un futuro lavorativo ed esistenziale. I giovani non rifiutano la tecnologia a prescindere, anzi, la usano quotidianamente. Ma iniziano a percepirla non più come uno strumento di liberazione, bensì come una forza imposta dall'alto, che rischia di svalutare le loro competenze e di rendere il loro futuro ancora più precario e incerto.
Conclusione: Oltre la paura, serve un dialogo
Dal mio punto di vista, ignorare questo crescente malessere sarebbe un errore gravissimo. I fischi dell'Università dell'Arizona non sono diretti alla tecnologia in sé, ma alla narrazione trionfalistica e spesso sorda che la accompagna. I giovani non chiedono di fermare il progresso, ma di governarlo, di discuterne le implicazioni etiche e sociali, di essere parte della conversazione sul futuro che li riguarderà più di chiunque altro. La paura, come ha ammesso lo stesso Schmidt, è "razionale". E la risposta alla paura non può essere un'ulteriore accelerazione cieca, ma un dialogo aperto e onesto. Serve investire massicciamente nella formazione, per trasformare l'ansia in competenza. Serve creare nuove tutele sociali per un mondo del lavoro in trasformazione. E, soprattutto, serve ascoltare la voce di una generazione che, con i suoi dubbi e le sue proteste, ci sta forse indicando la strada per uno sviluppo tecnologico più umano e sostenibile. Prima che i fischi diventino un muro invalicabile.
