Gemini contro i Deepfake: la nuova arma di Google smaschera i video creati con l'IA

Stanchi di non capire se un video sia vero o un falso creato ad arte? Google ha appena potenziato il suo assistente AI, Gemini, con una funzione quasi da film di fantascienza: ora può analizzare i video per scovare quelli creati con l'intelligenza artificiale di Google. Scopriamo insieme come funziona questa nuova tecnologia e cosa significa per la nostra lotta contro le fake news.
La notizia

Quante volte vi è capitato di ricevere su WhatsApp o di vedere sui social un video talmente strano da chiedervi: "Ma è vero?". Tra politici che dicono cose mai dette e scene d'azione che sembrano uscite da un kolossal hollywoodiano, distinguere la realtà dalla finzione sta diventando un'impresa. Ma niente paura, perché Google ha appena sfoderato un nuovo asso nella manica: il suo assistente di intelligenza artificiale, Gemini, ora è in grado di analizzare anche i video per dirci se sono stati creati (o anche solo ritoccati) con gli strumenti di IA del colosso di Mountain View.

Una novità importantissima, che estende una funzionalità già lanciata a novembre per le immagini e che promette di essere un valido aiuto nella giungla digitale in cui navighiamo ogni giorno. Vediamo insieme come funziona e perché, nonostante sia un passo da gigante, la strada per sconfiggere definitivamente i deepfake è ancora lunga.

Come funziona la nuova "magia" di Gemini?

Il funzionamento è sorprendentemente semplice e alla portata di tutti. Basta aprire l'app di Gemini (o il sito web) e caricare il video che ci insospettisce. Certo, ci sono dei paletti: il file non deve superare i 100 megabyte di peso e la durata massima è di 90 secondi. Limiti pensati appositamente per le clip virali che spopolano sui social media.

Una volta caricato il file, basta fare a Gemini una domanda diretta, del tipo: "Questo video è stato generato con l'IA di Google?". A questo punto, l'assistente si mette al lavoro e, in pochi istanti, ci fornisce una risposta. Ma non un semplice "sì" o "no". La vera forza di questo strumento è la sua precisione. Gemini, infatti, è in grado di indicare i segmenti temporali specifici in cui ha rilevato la presenza di contenuti sintetici. Potrebbe dirci, ad esempio: "Rilevato SynthID nella traccia audio tra il secondo 10 e il secondo 20. Nessun SynthID rilevato negli elementi visivi". Una vera e propria analisi forense a portata di tap!

Il segreto si chiama SynthID: la filigrana invisibile

Ma come fa Gemini a "vedere" quello che noi non vediamo? Il segreto ha un nome: SynthID. Sviluppata da DeepMind, la divisione di ricerca sull'IA di Google, SynthID è una tecnologia che applica una sorta di filigrana digitale invisibile ai contenuti generati con i suoi modelli di intelligenza artificiale, come Veo per i video o Imagen per le immagini.

Immaginatela come un timbro impercettibile all'occhio umano, impresso direttamente nei pixel del video e nelle onde sonore dell'audio. Questa filigrana è progettata per essere super resistente: secondo Google, sopravvive a modifiche come ritagli, compressioni, cambi di colore o l'applicazione di filtri. In questo modo, anche se un contenuto viene manipolato dopo la sua creazione, la traccia della sua origine artificiale rimane, pronta per essere scovata da Gemini.

Una risposta (parziale) al problema dei Deepfake

Questa nuova funzione è senza dubbio una notizia fantastica nella lotta contro la disinformazione. Ci fornisce uno strumento pratico e veloce per verificare l'autenticità di un numero crescente di contenuti. Tuttavia, è fondamentale capirne i limiti. Il più grande? Gemini può riconoscere solo e soltanto i contenuti creati con l'intelligenza artificiale di Google, ovvero quelli che contengono la filigrana SynthID.

Se un video è stato realizzato con altri potentissimi strumenti di IA, come Sora di OpenAI, Midjourney o Runway, Gemini alzerà le braccia, non potendo confermare né smentire la sua natura artificiale. Questo, come sottolineano molti esperti, evidenzia un problema più grande: la mancanza di uno standard unico e condiviso tra le grandi aziende tecnologiche per "etichettare" i contenuti sintetici. Finché ogni azienda avrà il suo sistema di marcatura, i deepfake creati con piattaforme diverse continueranno a circolare senza controllo, soprattutto sui social network.

Cosa significa per noi utenti?

Nonostante i suoi limiti, lo strumento di verifica di Gemini è un passo avanti per la trasparenza. Ci rende più consapevoli e ci dà un potere che prima non avevamo. Ecco cosa possiamo fare:

  • Verificare prima di condividere: Prima di inoltrare quel video incredibile o scioccante, possiamo fare un rapido check con Gemini. Potrebbe salvarci da una figuraccia o, peggio, da contribuire a diffondere una fake news.
  • Sviluppare un occhio critico: Anche quando Gemini non rileva nulla, è importante non abbassare la guardia. La sua risposta negativa significa solo che il video non è stato fatto con l'IA di Google, non che sia autentico al 100%.
  • Educare gli altri: Far conoscere questo strumento ad amici e parenti, soprattutto a quelli meno avvezzi alla tecnologia, può aiutarli a navigare online in modo più sicuro.

Conclusione: un'arma in più, non la soluzione definitiva

In conclusione, il potenziamento di Gemini è una mossa strategica e responsabile da parte di Google. È un segnale forte che le aziende tech stanno iniziando a prendere sul serio la loro responsabilità nella gestione dei contenuti generati dalle loro stesse creature. SynthID è una tecnologia affascinante e potente, e la sua integrazione in uno strumento accessibile a tutti come Gemini è lodevole.

Tuttavia, non possiamo illuderci che il problema dei deepfake sia risolto. Questa è una battaglia che si combatte su due fronti: quello tecnologico, con strumenti sempre più sofisticati per la creazione e il rilevamento, e quello culturale. La tecnologia da sola non basta. È fondamentale che noi, come utenti, sviluppiamo una solida alfabetizzazione mediatica. Dobbiamo imparare a dubitare, a farci domande, a cercare conferme e a non credere a tutto ciò che vediamo. L'arma più potente contro la disinformazione, alla fine, resta sempre il nostro pensiero critico.