Deepfake, il Garante Privacy alza la voce: "Dateci il potere di bloccare i siti per fermare la vergogna"

Dopo il recente caso che ha coinvolto la premier Giorgia Meloni, il Garante per la protezione dei dati personali torna a chiedere con forza un potere di intervento diretto per bloccare dall'Italia l'accesso alle piattaforme che creano e diffondono deepfake. Una battaglia per la dignità delle persone, dove la velocità è tutto per arginare danni spesso irreparabili.
La notizia

Amici lettori, parliamoci chiaro: la tecnologia è una cosa meravigliosa, ma a volte può trasformarsi in un vero e proprio incubo. È il caso dei deepfake, quei video o immagini manipolati con l'intelligenza artificiale che sono così realistici da sembrare veri. E quando questa tecnologia viene usata per "spogliare" persone senza il loro consenso o per mettergli in bocca parole mai dette, il gioco si fa davvero pesante. L'ultimo, eclatante episodio ha visto protagonista la nostra premier, Giorgia Meloni, ma la verità è che potrebbe capitare a chiunque. E proprio per questo, il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha deciso di battere i pugni sul tavolo, chiedendo a gran voce strumenti più efficaci per combattere questo fenomeno dilagante.

Una richiesta che viene da lontano: "La rapidità è tutto"

Non è la prima volta che sentiamo il Garante lanciare questo allarme. Già a gennaio di quest'anno, l'Autorità aveva messo in guardia gli utenti di servizi basati sull'intelligenza artificiale come Grok, ChatGPT e, soprattutto, Clothoff. Quest'ultima piattaforma, che permetteva di "denudare" persone partendo da una semplice foto, era già stata bloccata in via provvisoria in Italia nell'ottobre del 2025 proprio su intervento del Garante. Un provvedimento necessario, preso per gli "elevati rischi per i diritti e le libertà fondamentali", in particolare per la dignità delle persone e con un occhio di riguardo per i minori.

Il punto, come sottolinea l'Autorità, è che quando un contenuto falso e dannoso finisce online, si scatena una reazione a catena virale. In pochi minuti, un'immagine o un video può essere condiviso migliaia di volte, raggiungendo un pubblico vastissimo e causando danni alla reputazione e alla vita privata delle persone che possono diventare irreparabili. Per questo, il Garante insiste sulla necessità di avere un potere di "interdizione", ovvero la possibilità di bloccare tempestivamente il collegamento dall'Italia a queste piattaforme del male. "La rapidità dell'intervento è fondamentale quando sono in gioco diritti fondamentali", ha dichiarato l'Autorità.

Il caso Meloni: la goccia che ha fatto traboccare il vaso

A riportare prepotentemente il tema al centro del dibattito è stata, come dicevamo, la diffusione di un'immagine deepfake della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in lingerie. È stata la stessa premier a denunciare l'accaduto, pubblicando l'immagine falsa sui suoi canali social per sensibilizzare l'opinione pubblica su un rischio che non riguarda solo i personaggi pubblici. "Io posso difendermi. Molti altri no", ha scritto, sottolineando come milioni di persone comuni possano trovarsi esposte a questa forma di violenza digitale senza avere gli strumenti per reagire.

Questo episodio ha dato nuova linfa alla richiesta del Garante, che ha colto l'occasione per ribadire come l'utilizzo di questi servizi non solo possa configurare dei reati, ma rappresenti anche una grave violazione della normativa europea sulla protezione dei dati personali (il famoso GDPR), con tutte le conseguenze, anche sanzionatorie, che ne derivano.

Cosa dice la legge e cosa ci aspetta in futuro?

Ma a che punto siamo in Italia a livello legislativo? Qualcosa si muove. Con la Legge 132/2025, è stato introdotto nel codice penale il reato di “illecita diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale” (art. 612-quater c.p.). Questa norma punta a punire proprio chi diffonde deepfake con l'intento di arrecare un danno. Si tratta di un primo passo importante, ma la tecnologia corre veloce e le leggi, si sa, a volte faticano a starle dietro.

La richiesta del Garante di poter "staccare la spina" a questi siti è quindi un tassello fondamentale per rendere la tutela più concreta ed efficace. Si tratterebbe di un potere forte, ma che secondo l'Autorità è indispensabile per interrompere la diffusione virale prima che il danno sia fatto. A livello europeo, inoltre, si sta lavorando per colmare le lacune normative, con un accordo già raggiunto tra Parlamento e Consiglio per vietare le app di "nudificazione" basate sull'IA.

Conclusione: una battaglia di civiltà

Dal mio punto di vista, quella contro l'uso illecito dei deepfake è una battaglia di civiltà che non possiamo permetterci di perdere. Non si tratta di demonizzare l'intelligenza artificiale, che ha potenzialità immense in tantissimi campi, ma di porre dei paletti invalicabili a tutela della dignità umana. La richiesta del Garante Privacy è sacrosanta: in un mondo digitale dove una bugia può fare il giro del mondo prima che la verità si sia allacciata le scarpe, servono strumenti rapidi e incisivi. Dare all'Autorità il potere di bloccare l'accesso a queste piattaforme non significa censura, ma protezione. Protezione per i nostri figli, per le persone più fragili, per ciascuno di noi. Perché, come ci ha ricordato la premier Meloni, oggi è toccato a lei, ma domani potrebbe capitare a chiunque. E quel giorno, vorremo tutti che ci sia qualcuno in grado di intervenire. E di farlo in fretta.