Australia contro i Giganti del Web: Arriva la "Tassa sulle Notizie" per Meta, Google e TikTok

L'Australia lancia una nuova sfida ai colossi della tecnologia. Con una proposta di legge denominata 'News Bargaining Incentive', il governo australiano intende introdurre una tassa del 2,25% sui ricavi locali di Meta, Google e TikTok. L'obiettivo? Spingerli a negoziare e pagare un'equa compensazione agli editori per l'utilizzo delle loro notizie, sostenendo così il giornalismo locale. Una mossa che potrebbe ridisegnare i rapporti di forza nel mondo dell'informazione digitale.
La notizia

Ciao a tutti, amici lettori! Tenetevi forte perché dall'altra parte del mondo, in Australia, si sta combattendo una battaglia che potrebbe cambiare le regole del gioco per tutti noi quando navighiamo su internet alla ricerca di notizie. Il governo australiano ha deciso di prendere di petto i giganti del web come Meta (la casa madre di Facebook e Instagram), Google e persino TikTok, con una proposta tanto audace quanto necessaria.

Immaginate questa scena: ogni giorno, milioni di persone si informano scorrendo i feed dei social o cercando su Google. Trovano articoli, video, approfondimenti. Tutto a portata di click. Fantastico, no? Certo, ma c'è un "ma" grande come una casa. Chi produce quelle notizie, ovvero i giornalisti e le testate giornalistiche, spesso non riceve un centesimo da chi, grazie a quei contenuti, macina profitti stellari. Ed è qui che l'Australia ha detto: "Adesso basta!".

Cos'è il "News Bargaining Incentive"? Un nome complicato per un'idea semplice

Il governo del Primo Ministro Anthony Albanese ha messo sul tavolo una bozza di legge chiamata 'News Bargaining Incentive'. Tradotto suona un po' come "incentivo alla contrattazione per le notizie", e il concetto è proprio questo: o vi sedete al tavolo e trovate un accordo equo con gli editori per pagare i loro contenuti, oppure vi tassiamo. E la tassa non è da poco: si parla del 2,25% del fatturato generato in Australia da queste piattaforme. Una bella sommetta, se si pensa ai loro bilanci.

L'idea di fondo, come ha spiegato lo stesso Albanese, è che il giornalismo di qualità ha un valore. "Non dovrebbe poter essere preso da una grande multinazionale e utilizzato per generare profitti senza alcun compenso adeguato per le persone che producono quei contenuti creativi", ha dichiarato. In poche parole: se usi il mio lavoro per arricchirti, è giusto che tu mi paghi.

Questa non è la prima volta che l'Australia ci prova. Già nel 2021 era stato introdotto il "News Media Bargaining Code". Quella legge spingeva le piattaforme a negoziare, ma aveva una scappatoia: se non si voleva pagare, si potevano semplicemente rimuovere le notizie. E indovinate un po'? Meta, nel 2024, ha fatto proprio così, annunciando che avrebbe smesso di mostrare le notizie agli utenti australiani e non avrebbe rinnovato gli accordi con gli editori. Un modo un po' drastico per evitare di aprire il portafoglio. La nuova legge mira proprio a chiudere questa "falla".

Come funzionerà la nuova legge? Bastone e carota

Il meccanismo proposto dal governo australiano è un mix di "bastone e carota". L'obiettivo primario non è incassare la tassa, ma incoraggiare accordi volontari tra le piattaforme e le testate giornalistiche. Se le aziende tecnologiche raggiungono questi accordi, non solo evitano la tassa, ma ottengono anche degli "sconti" (chiamati offsets) che possono ridurre o azzerare il loro debito. Ci sono anche incentivi maggiori per chi stringe accordi con le testate più piccole e regionali, per sostenere l'informazione locale.

E se invece decidono di fare i capricci e non pagare nessuno? In quel caso, scatta la tassa del 2,25%. Ma attenzione, i soldi raccolti non finiranno nelle casse dello Stato. Verranno invece redistribuiti a tutte le testate giornalistiche australiane in base al numero di giornalisti che impiegano. L'obiettivo dichiarato è sostenere l'occupazione nel settore e garantire un futuro al giornalismo di interesse pubblico. Si stima che questa misura potrebbe raccogliere tra i 200 e i 250 milioni di dollari australiani all'anno.

La reazione dei giganti del tech: "È solo una tassa mascherata"

Come prevedibile, la reazione dei diretti interessati non è stata entusiasta. Meta ha definito la proposta "nient'altro che una tassa sui servizi digitali", sostenendo che le testate giornalistiche pubblicano volontariamente i loro contenuti sulle piattaforme perché ne traggono un valore in termini di visibilità.

Anche Google ha espresso il suo dissenso, sottolineando di avere già accordi commerciali con oltre 90 aziende giornalistiche locali e rifiutando la necessità di questa nuova imposta.

La questione è complessa: da un lato, è vero che i social e i motori di ricerca portano traffico ai siti di notizie. Dall'altro, è innegabile che gran parte del dibattito pubblico e dell'interazione online avvenga proprio sulle loro piattaforme, grazie a contenuti che non hanno prodotto. Come ha osservato la Ministra delle Comunicazioni, Anika Wells: "Le persone ricevono sempre più notizie direttamente da Facebook, da TikTok e Google. Crediamo che sia giusto che le grandi piattaforme digitali contribuiscano al duro lavoro che arricchisce i loro feed e che incrementa le loro entrate".

Cosa succederà ora?

La bozza di legge è stata presentata e ora si apre una fase di consultazione pubblica che si concluderà a maggio. Dopodiché, il testo arriverà in parlamento entro la fine dell'anno. La strada è ancora lunga e la battaglia diplomatica e legale si preannuncia intensa. Persino l'amministrazione Trump negli Stati Uniti ha criticato la mossa, definendola una forma di "estorsione straniera".

Quello che è certo è che la mossa dell'Australia è osservata con grande attenzione in tutto il mondo. Se dovesse funzionare, potrebbe diventare un modello per molti altri paesi che stanno cercando un modo per riequilibrare il rapporto tra le superpotenze digitali e il mondo dell'informazione, un settore fondamentale per la salute di ogni democrazia.

Conclusione: Un passo necessario per il futuro dell'informazione

Dal mio punto di vista, quella dell'Australia è una mossa coraggiosa e, onestamente, necessaria. Per anni abbiamo assistito a un paradosso: l'industria che produce l'informazione, un bene essenziale per i cittadini, si è impoverita, mentre le piattaforme che la distribuiscono (e ci guadagnano sopra con la pubblicità) sono diventate tra le aziende più ricche della storia. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di trovare un equilibrio sostenibile. Pagare per i contenuti non è una punizione, ma il giusto riconoscimento del valore di un lavoro complesso e fondamentale. Se vogliamo continuare ad avere un'informazione libera, plurale e di qualità, è indispensabile che chi la produce abbia le risorse per farlo. La strada intrapresa dall'Australia, con tutti i suoi possibili difetti, va nella direzione giusta: quella di ricordare a tutti che le notizie non nascono dal nulla, ma dal lavoro, dalla passione e dalla professionalità di migliaia di giornalisti. E questo lavoro, semplicemente, va pagato.